“Come ho fatto a non accorgermene prima?”
È una delle domande che molte donne si pongono quando, a 30, 40 anni o anche più tardi, iniziano per la prima volta a prendere in considerazione l’ipotesi di avere un ADHD.
Magari sono sempre state considerate intelligenti ma disordinate. Creative, ma incostanti. Capaci di ottenere ottimi risultati, ma solo attraverso un enorme dispendio di energie.
Donne che riescono apparentemente a gestire lavoro, casa, figli, appuntamenti e responsabilità, mentre nella loro mente hanno la sensazione di avere venti finestre aperte contemporaneamente.
E spesso, osservandole da fuori, nessuno immaginerebbe quanto possa essere faticoso.
Negli ultimi anni l’attenzione verso l’ADHD nelle donne adulte è cresciuta notevolmente. Non perché l’ADHD sia improvvisamente diventato più diffuso, ma perché stiamo comprendendo meglio quanto possa essere stato sottoriconosciuto soprattutto nelle bambine e nelle donne.
Le linee guida NICE evidenziano infatti che l’ADHD può essere meno riconosciuto nelle ragazze e nelle donne, che possono avere minori probabilità di essere inviate a una valutazione e maggiori probabilità di ricevere inizialmente altre diagnosi.
L’ADHD non compare improvvisamente a 40 anni
Partiamo da una distinzione fondamentale. Ricevere una diagnosi di ADHD in età adulta non significa aver sviluppato l’ADHD da adulti.
L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo: per una diagnosi vengono ricercate manifestazioni presenti già durante l’infanzia e che, nel corso della vita, hanno avuto un impatto significativo in diversi contesti.
Una valutazione seria, quindi, non si limita a chiedere: “Sei distratta?” ma cerca di ricostruire la storia della persona, il funzionamento scolastico, familiare, sociale e lavorativo e l’impatto che determinate difficoltà hanno avuto nel tempo.
La domanda più interessante diventa allora: perché alcune donne riescono ad arrivare fino a 30 o 40 anni senza che nessuno riconosca quelle difficoltà come possibili manifestazioni dell’ADHD?
Per molti anni abbiamo immaginato l’ADHD in un modo
Quando pensiamo all’ADHD, l’immagine che emerge più facilmente è ancora quella del bambino molto vivace, impulsivo, che si alza continuamente dal banco, interrompe gli altri e fatica a rispettare le regole. Questa manifestazione esiste, naturalmente, ma non è l’unica.
Nelle ragazze e nelle donne possono essere più evidenti difficoltà legate all’inattenzione e meno presenti quei comportamenti esternalizzanti che attirano immediatamente l’attenzione di insegnanti e genitori. Proprio per questo alcune bambine possono attraversare gli anni scolastici senza essere mai considerate per una valutazione ADHD.
- La bambina non disturba la classe.
- Magari guarda fuori dalla finestra.
- Dimentica continuamente qualcosa.
- Inizia i compiti e si perde.
- Ha la testa piena di pensieri.
- Rimanda fino all’ultimo momento e poi riesce a recuperare tutto in una sera.
- È intelligente e ottiene comunque risultati sufficienti o persino eccellenti.
E così la difficoltà rimane nascosta. “Ma io sono sempre riuscita a fare tutto” È proprio qui che la storia diventa interessante. Molte donne sviluppano negli anni strategie di compensazione molto sofisticate.
- Liste
- Agenda
- Promemoria
- Controllare dieci volte la borsa prima di uscire
- Arrivare con enorme anticipo per paura di essere in ritardo
- Studiare tutta la notte prima di un esame
- Preparare qualsiasi cosa con giorni di anticipo perché sanno che, altrimenti, potrebbero dimenticarla
- Oppure affidarsi all’ansia come motore per riuscire a fare ciò che devono fare.
Da fuori sembra organizzazione. Dentro può esserci uno sforzo enorme.
La letteratura sull’ADHD femminile descrive proprio il ruolo delle strategie di compensazione e del cosiddetto masking, cioè il tentativo di nascondere o compensare le proprie difficoltà per adattarsi alle aspettative esterne. Questo può contribuire a rendere meno visibili le difficoltà fino all’età adulta. E così una donna può pensare per anni: “Se riesco comunque a fare tutto, allora non posso avere davvero una difficoltà.”
Ma la domanda non è soltanto se riesci a farlo. A volte è importante chiedersi: quanto ti costa riuscirci?
Quando la vita diventa più complessa, le strategie possono non bastare più
Durante l’infanzia e l’adolescenza esistono spesso molte strutture esterne: la scuola stabilisce gli orari, i genitori ricordano gli appuntamenti, ci sono scadenze precise, le giornate hanno una struttura relativamente definita.
Con l’età adulta tutto cambia.
Bisogna organizzare autonomamente lavoro, scadenze, bollette, casa, relazioni, appuntamenti, impegni personali e, per molte donne, anche la gestione mentale e organizzativa della famiglia. Ed è proprio quando aumentano le richieste che alcune strategie utilizzate per anni possono iniziare a non essere più sufficienti. Una donna può quindi arrivare a 35 o 40 anni pensando: “Prima riuscivo a gestire tutto. Adesso non capisco più cosa mi stia succedendo.”
In realtà, alcune ricerche suggeriscono che persone diagnosticate più tardi possano aver utilizzato a lungo capacità cognitive, adattamento sociale e strategie compensatorie, fino a quando le richieste della vita adulta diventano superiori alla capacità di compensazione.
Come può manifestarsi l’ADHD nella vita quotidiana di una donna adulta?
Ogni persona è diversa e nessun singolo comportamento permette di stabilire la presenza di ADHD.
Tuttavia, alcune donne che successivamente ricevono una diagnosi raccontano esperienze come:
- iniziare continuamente nuove attività e faticare a concluderle;
- procrastinare anche attività importanti;
- avere difficoltà a percepire correttamente il tempo;
- dimenticare appuntamenti, oggetti o informazioni;
- passare rapidamente da un pensiero all’altro;
- sentirsi facilmente sopraffatte quando ci sono molte cose da gestire;
- alternare momenti di forte produttività a momenti in cui iniziare anche un piccolo compito sembra difficilissimo;
- riuscire a concentrarsi moltissimo su qualcosa di interessante e faticare enormemente sulle attività percepite come monotone;
- avere difficoltà nell’organizzazione e nella pianificazione;
- agire o parlare impulsivamente;
- avere la sensazione costante di essere “indietro” rispetto agli altri.
A queste difficoltà possono associarsi problemi di regolazione emotiva, ansia, bassa autostima o una lunga storia di frustrazione legata alla sensazione di non riuscire a esprimere pienamente le proprie capacità. Le conseguenze di una diagnosi tardiva possono infatti riguardare non solo il lavoro o lo studio, ma anche relazioni, benessere emotivo e percezione di sé.
Il paradosso delle donne molto performanti
Esiste poi una situazione che può rendere l’ADHD ancora meno riconoscibile. Essere brave, una donna può avere una laurea, un’attività professionale, una famiglia, una posizione di responsabilità. Può essere considerata organizzata, brillante e affidabile.
Questo non esclude automaticamente una difficoltà nel funzionamento esecutivo. A volte il risultato finale racconta solo una parte della storia. Dietro un progetto consegnato perfettamente potrebbero esserci tre notti di lavoro. Dietro una casa apparentemente organizzata potrebbero esserci decine di sistemi creati per evitare di dimenticare qualcosa. Dietro una professionista estremamente puntuale potrebbe esserci una paura così forte di arrivare tardi da farla presentare ovunque trenta minuti prima.
Il successo esterno e la fatica interna possono convivere.
Ed è anche per questo che alcune donne arrivano molto tardi a chiedersi se il proprio modo di funzionare meriti di essere approfondito.
Perfezionismo, ansia e ADHD possono confondersi?
Sì, ed è uno dei motivi per cui l’autodiagnosi attraverso i social può diventare problematica. Difficoltà di concentrazione, procrastinazione, stanchezza mentale, irrequietezza o problemi organizzativi non appartengono esclusivamente all’ADHD. Possono comparire anche in presenza di ansia, depressione, stress cronico, disturbi del sonno, altre condizioni neurodivergenti o numerose altre situazioni. Inoltre ADHD e altre condizioni possono anche coesistere. Per questo un video su TikTok o una lista trovata online possono aiutare una persona a porsi delle domande, ma non possono sostituire una valutazione.
Le linee guida sottolineano infatti che la diagnosi di ADHD deve basarsi su una valutazione clinica e psicosociale completa, sulla storia dello sviluppo e sul funzionamento della persona nei diversi contesti. I questionari possono essere strumenti utili, ma non sono sufficienti da soli per formulare una diagnosi.
E gli ormoni?
Negli ultimi anni la ricerca sta approfondendo sempre di più anche il rapporto tra ADHD e fluttuazioni ormonali femminili. Alcune donne riferiscono variazioni delle difficoltà cognitive o emotive in determinati momenti del ciclo o durante importanti transizioni ormonali, come gravidanza, post-partum o perimenopausa. La ricerca in questo campo è però ancora in evoluzione e non abbiamo ancora risposte definitive. Le revisioni più recenti sottolineano proprio la necessità di studiare maggiormente il rapporto tra ormoni, funzioni cognitive, umore e ADHD durante l’intero arco della vita femminile. Questo significa che anche su questo tema è importante evitare generalizzazioni semplicistiche.
Una diagnosi tardiva può cambiare il modo in cui una donna legge la propria storia
Per alcune donne ricevere una diagnosi in età adulta significa rileggere molti episodi della propria vita attraverso una prospettiva completamente diversa.
- “Quindi non ero semplicemente pigra.”
- “Ecco perché riuscivo a studiare solo sotto pressione.”
- “Ora capisco perché organizzare alcune cose apparentemente semplici mi richiede uno sforzo enorme.”
- “Ecco perché mi sono sempre sentita diversa.”
La diagnosi non cancella le difficoltà e non definisce una persona. Può però fornire una chiave di comprensione.
Una revisione sistematica dedicata alle donne diagnosticate in età adulta ha evidenziato come il mancato riconoscimento possa avere conseguenze sull’autostima, sulle relazioni e sul benessere emotivo, mentre comprendere finalmente il proprio funzionamento può favorire una maggiore accettazione di sé. E forse uno degli aspetti più importanti è proprio questo: smettere di interpretare ogni difficoltà come una mancanza di volontà o di valore personale.
“Mi riconosco in tutto quello che ho letto. Quindi ho l’ADHD?”
Non necessariamente. Riconoscersi in alcune caratteristiche può essere il punto di partenza per comprendere meglio se stessi, ma non equivale a una diagnosi.
Se queste difficoltà sono presenti da molto tempo e interferiscono significativamente con il lavoro, lo studio, le relazioni o la gestione della vita quotidiana, può essere utile parlarne con un professionista sanitario qualificato e formato nella valutazione dell’ADHD nell’adulto. La diagnosi appartiene all’ambito clinico.
E dopo la diagnosi?
Comprendere il proprio funzionamento è solo l’inizio. Una volta individuate le proprie caratteristiche, diventa possibile lavorare su strategie molto concrete: gestione del tempo, organizzazione, definizione delle priorità, procrastinazione, creazione di routine sostenibili, gestione degli obiettivi, consapevolezza dei propri punti di forza, riduzione del sovraccarico.
Ed è proprio qui che, in integrazione e non in sostituzione del percorso sanitario quando necessario, può trovare spazio anche l’ADHD Coaching.
Il coaching non formula diagnosi e non cura l’ADHD.
Può invece aiutare la persona a osservare il proprio funzionamento quotidiano e costruire strategie personalizzate per raggiungere obiettivi concreti, partendo non da come “dovrebbe” funzionare, ma da come funziona realmente.
Perché spesso il cambiamento più importante avviene quando smettiamo di chiederci: “Perché non riesco a funzionare come gli altri?” e iniziamo a domandarci: “Di cosa ho bisogno per funzionare meglio io?”
Ti riconosci in alcune di queste difficoltà?
Se hai già ricevuto una diagnosi di ADHD o stai affrontando un percorso di consapevolezza del tuo funzionamento e senti il bisogno di lavorare su organizzazione, obiettivi, gestione del tempo e strategie quotidiane, attraverso il mio percorso di ADHD Coaching possiamo costruire insieme strumenti concreti e personalizzati.
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